L’angoscia degli adolescenti: il punto di vista dello psicoterapeuta

 

di Pietro Enrico Bossola

 

Chi l’avrebbe detto: gli studenti, oggi, soffrono di angoscia.

Non tutti, naturalmente, ma il fenomeno è diffuso e interessa molte parti del mondo.

Intanto, una questione di metodo: l’angoscia non ha età, perché è un affetto legato al soggetto in quanto tale, che abbia 8 o 90 anni poco cambia.

In ogni caso, collegare la gioventù all’angoscia può sorprendere, si pensa che essa ne sia più protetta perché i giovani hanno davanti  tutta la vita, non ci pensano, sono meno impegnati di fronte alle questioni importanti della vita, hanno meno responsabilità, c’è chi pensa per loro, sono guidati.

Se ne parla con sorpresa, perché viviamo di stereotipi sulla loro realtà psichica.

E poi… gli adulti si sentono meno angosciati se non vedono l’angoscia del figlio. L’espressione dell’angoscia del figlio può lasciare disarmati e con l’impressione di non poter fare nulla. In altri termini, l’angoscia del figlio angoscia, perché, spesso, non lascia spiragli per capire da dove origina.

In realtà, l’adolescenza è l’età dell’angoscia.  

Lo ha evidenziato già la letteratura dei secoli scorsi: pensiamo al Tonio Kröger di Thomas Mann, un libro incentrato molto bene su due giovani, in cui l’angoscia non è nominata in quanto tale, ma si nominano i turbamenti di Tonio, nei quali, però, è facile riscontrare anche l’angoscia.

Questo è ciò che emerge: si usano altre parole per parlare dell’ l’angoscia.

Lacan (famoso psicoanalista francese) diceva che neanche in analisi il paziente “dà” facilmente la sua angoscia.

I giovani hanno tanti mezzi per non comunicarla: l’apparente distanza che esibiscono, la trasgressività, il senso della sfida nei confronti degli adulti, piuttosto che il cinismo ostentato, sono strumenti per marcare la differenza con la generazione precedente, ma sono anche un nascondiglio dell’angoscia non esplicitata.

Spesso preferiamo vedere i ragazzi con questi atteggiamenti, piuttosto che intravvedere le loro ansie: meglio la spavalderia che vederli bloccati.

Invece, l’angoscia è di casa nell’adolescenza, il periodo in cui tutto cambia. Cambia il corpo, la sessualità emerge a volte in modo traumatico, le relazioni sono da ripensare. I ragazzi non sono più dei bambini, ma non sono ancora degli adulti.

Per questo si parla di transizione, perché tutto acquista una prospettiva diversa, in cui i ragazzi fanno fatica a reperirsi.  E’ l’epoca del cambiamento.

Il “compito” del giovane, in fondo, è quello di separarsi, di emanciparsi dall’adulto e di andare oltre l’opera dei genitori.

I genitori, volenti o nolenti,  hanno un modello ideale di bambino a cui il figlio sente di dover corrispondere; al contrario, i bambini si sentono assoggettati all’incongruenza del genitore, ai suoi tentativi di sottile assoggettamento, o, più in generale, percepiscono i comportamenti parentali come incomprensibili. I bambini sentono l’aspettativa genitoriale riversarsi sul loro modo di dover o non dover essere. L’angoscia del bambino deriva dal non capire che nell’adulto ci sono dei desideri in cui a volte è incluso, altre volte è escluso.

La sua difficoltà è sapere, a volte, cosa egli è per il genitore.

Per questo diamo tanto importanza alle parole e alle azioni: attraverso di esse, possiamo capire quanto il bambino è nei pensieri degli adulti e nelle loro azioni, o, magari, in nessuno dei due. Può essere troppo amato o, al contrario, poco desiderato.

Il bambino, spesso, non ha la strumentazione per farsi un’idea della posizione che esso ha per gli adulti. Può rispondere attraverso i suoi comportamenti, può reagire, può andare male a scuola, può fare segno del suo malessere e della sua angoscia, ma non ha le parole per definirli.

Rimane in silenzio, nell’estrema attesa che i genitori diano segnali chiari di cosa è lui per loro, e, soprattutto, non pensa che la distanza dei genitori possa dipendere da un loro problema, ma pensa dipenda da un suo errore.

E’ lui che è sbagliato, e farà di tutto per capire come correggersi per accontentare i genitori, anche se non sa come fare.

Quando diciamo che i bambini di oggi sono arroganti, maleducati, dobbiamo anche chiederci se ciò sia il frutto di un disarmo reale dei bambini di fronte alla non tenuta dei genitori, in cui non riescono più a reperirsi.

 

 

 

L’angoscia degli adolescenti: il punto di vista del docente

 

di Raffaella Calderoni                       

 

Ho scoperto da poco tempo che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha definito l’angoscia degli adolescenti una patologia diffusa a livello mondiale.

Secondo la mia esperienza di docente, nell’ultimo decennio questo fenomeno ha assunto proporzioni inquietanti. La modalità con la quale gli adolescenti esprimono questo stato, pur variando a seconda dell’individuo, ha delle caratteristiche comuni.                                               

Prima di tutto, esse si manifestano con un comportamento che passa molto velocemente dall’allegria alla tristezza, anche se ciò sarebbe fisiologico in questo periodo di passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Tuttavia, questa modalità è associata a una capacità minima di concentrazione, causata dall’uso della tecnologia, che porta l’adolescente a navigare in Internet passando da un sito all’altro nel giro di una manciata di minuti, se non addirittura di secondi.                

Infatti, secondo recenti studi scientifici, la tecnologia ha trasformato il cervello dei “nativi digitali”, creando una struttura “on/off” (acceso/spento) uguale a quella del computer. Di conseguenza, ciò ha provocato una maggiore difficoltà nell’esprimere i propri sentimenti, i propri disagi a parole, poiché gli adolescenti non sono in grado di elaborarli nel loro animo.

Questo può essere uno dei motivi principali che hanno visto l’aumento di adolescenti con disturbi specifici dell’apprendimento e con disturbi legati ai disordini alimentari.

Ecco perché decisi di far parte di questa associazione, il cui scopo primario è non solo quello di curare, ma anche di prendersi cura.

Sovrappeso, obesità, allergia, intolleranza alimentare... il rebus della diagnosi e dei test

di Diana Scatozza 


Negli ultimi anni vi è stata una vera e propria esplosione, soprattutto nel web e nei social network, di regimi alimentari restrittivi basati su test diagnostici di intolleranza o di allergia alimentare, eseguiti su campioni biologici disparati (sangue, saliva, capelli), e considerati idonei a identificare le cause del sovrappeso, partendo dal  presupposto che il sovrappeso e l’obesità siano la conseguenza di una presunta condizione di allergia o di intolleranza alimentare.

Da qui, la proposta di diverse metodiche per la diagnosi di intolleranza o di allergia agli alimenti, che diverse società scientifiche1 considerano inappropriate, perché mancano prove scientifiche sufficienti  per considerare tali metodiche attendibili e perché, spesso, la ripetizione del test fornisce risultati diversi.

Vediamo quali sono2:

  • Test citotossico (test di Bryan): viene utilizzato per la diagnosi di intolleranza a un alimento. Ma, secondo l’American Accademy of Allergy and Immunology, una tra le più associazioni scientifiche più accreditate, che raggruppa quasi 6.800 medici immunologi e allergologi, il metodo è inattendibile, perché non c’è correlazione tra i risultati del test e la sintomatologia.
  • Alcat test: è simile al test di Bryan.
  • Elettroagopuntura di Voll (EAV), Bioscreening, Biostrengt test, Sarm test, Moratest, Vega test: misurano lungo i meridiani classici dell’agopuntura cinese o altri canali una microcorrente elettrica. Il presupposto teorico è che sia possibile leggere le caratteristiche elettriche (potenziali) delle cellule e che, dalla variazione di queste, sia possibile ricavare informazioni circa la funzionalità dei distretti interessati.
  • Test kinesiologico: si effettua facendo tenere in una mano al paziente una boccetta contenente l’alimento ritenuto critico. L’esaminatore valuta la forza muscolare dell’altra mano. Un decremento di forza rappresenterebbe la positività del test.  
  • Dria test: consiste nella somministrazione per via sublinguale dell’estratto allergenico seguito dalla valutazione della forza muscolare per mezzo di un ergometro. Il test è considerato positivo quando si manifesta una riduzione della forza muscolare dopo 4 minuti dalla somministrazione sublinguale dell’estratto.
  • Analisi del capello: viene utilizzata con due modalità 1) per lo studio della carenza di minerali e vitamine o di un eventuale eccesso di metalli pesanti, 2) utilizza le variazioni di frequenza di un pendolo. La metodica è considerata inappropriata per la diagnosi delle allergie e/o intolleranze alimentari.
  • Iridologia: valuta attraverso l’osservazione diretta dell’iride, il livello di salute di un soggetto.
  • Biorisonanza: si basa sull’ipotesi che l’organismo possa emettere onde elettromagnetiche (buone o cattive). Si usa un apparecchio in grado di filtrare le onde emesse dall’organismo e di rimandarle “riabilitate” al paziente, mentre le onde negative vengono rimosse dallo strumento.
  • Pulse test: si basa sull’ipotesi che la reazione avversa all’alimento somministrato per bocca, per iniezione o per inalazione, sia in grado di modificare la frequenza cardiaca. Si considera positiva la modificazione di 10 battiti al minuto, anche se non è chiaro se risulti significativo l’incremento o la diminuzione, o entrambi, dei battiti.
  • Riflesso cardiaco auricolare: l’alimento, come  estratto liofilizzato posto in speciali filtri, viene posto a 1 cm dalla cute e la sostanza in questione dovrebbe modificare il polso (frequenza) radiale.


In ogni caso, cerchiamo di non confondere la sensazione di gonfiore addominale, tipica delle manifestazioni di una intolleranza agli alimenti, con il sovrappeso o l’obesità3, patologie che riconoscono cause ben diverse! 

Quadri clinici più comuni indicativi di allergia e intolleranza alimentare nell’adulto3

 

 


 

1. Società Italiana di Diabetologia (SID), Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica (ADI), Associazione Medici Diabetologi (AMD), Associazione Nazionale Dietisti (ANDID), Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU), Società Italiana di Nutrizione Pediatrica (SINUPE), Società Italiana di Obesità (SIO)

2. Position Statement su “Allergie, intolleranze alimentari e terapia nutrizionale dell’obesità e delle malattie metaboliche”

3. FNOMCeO: Allergie e Intolleranze Alimentari. Documento Condiviso.

Ritrovare il gusto

di Pietro Enrico Bossola

Provare gusto, gustare è considerato un momento bello della nostra esperienza. Solitamente consideriamo l’attenzione al gusto per i cibi una soddisfazione che va al di là del piacere stesso provocato dalle sensazioni che ricaviamo. Che cosa è il gusto? Ne parliamo perché un conto sono le sensazioni che si provano e un conto è il gusto, anche se, a volte,  i termini vengono confusi: si provano sempre delle sensazioni, ma non sempre si gusta. Sembra una banalità, ma in questa distinzione accadono, in ognuno di noi, cose diverse.

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